Penna 2014

(di Umberto simeoni) 
Raccontare di Penna 2014 è come raccontare di un’immersione, entrare dentro a un qualcosa di diverso a dov’eri prima.

Forse nel mio caso la sensazione è stata molto forte dato che sono arrivato solo la domenica (lo stage è cominciato mercoledì) e nel centro polifunzionale, sul tatami c’era già l’atmosfera nata dai diversi allenamenti effettuati.
Allenamenti che, come nei giorni seguenti, avevano come filo conduttore lo studio degli aiki ho; abbiamo praticato insieme per giorni e con grande concentrazione questi esercizi, quando negli anni passati era arduo o impossibile poterlo fare anche per poco tempo…
Il Maestro ha spiegato tanto, ci ha fatto sentire queste tecniche… tante cose, tutte collegate…
Un episodio che ci ha raccontato può essere la chiave per calarsi in tutto questo, per collegare gli insegnamenti ricevuti, per comprendere meglio il significato stesso di arte marziale… L’episodio è relativo all’esperienza di un architetto inglese: questi viveva in una casa alle pendici del monte Fuji in quanto era rimasto affascinato da questa montagna. Osservando giorno dopo giorno il monte Fuji, egli intuì che esso dava l’occasione di riflettere sé stessi, che l’atmosfera del monte era uno specchio e allo stesso tempo creazione del proprio momento d’essere. Per tale motivo comprendeva i tanti giapponesi che vedeva salire verso la sua cima.
Abbiamo fatto un’esperienza simile grazie alla splendida posizione del centro polifunzionale che ci ospita: il Gran Sasso si ergeva proprio davanti a noi e alla mattina, in continuità con la pratica degli aiki-ho, abbiamo passato qualche tempo in osservazione, chi seduto, chi in piedi, chi camminando… al primo sguardo il monte si offre nella sua interezza, non ne colgo immediatamente i particolari. Questa prima “sensazione” viene spesso seguita da valutazioni di tipo differente: osservazioni su particolari del monte e di ciò che gli sta’ attorno dettagliando le cose secondo il mio modo di pensare, legato in parte alle mie consuetudini professionali, ancorandomi alla mia memoria. Vale anche per voi? Dopo la prima “impressione” cominciamo a usare degli occhiali personali che ci fanno vedere, notare solo alcune cose.
In questo osservare ci accorgiamo magari del canto degli uccellini, poi improvvisamente scopriamo qualche nuovo suono che prima non udivamo, che prima non riconoscevamo. Possiamo spostare allora la coscienza cercando di udire un suono rispetto a un altro, ma solo dopo averli distinti. Se qualcuno ci avvertisse prima “sentirai questo suono e poi questo insieme a questo”, li riconosceremmo facilmente. Avere nella nostra memoria un riferimento preciso ci consente di spostare facilmente la nostra coscienza.
Il Maestro ci ha chiesto di ricordare il gusto di un vino cambogiano… ovviamente non lo ricordavamo…
Tutto ciò è molto legato alla nostra pratica: immersi nella prima forza non ci accorgiamo delle capacità della seconda forza… occorre attivare la nostra memoria imprimendo un riferimento, che a volte non riconosciamo nonostante i nostri sensi riescano ad afferrarlo…
Questa è un’esperienza che viviamo negli aiki ho che facciamo con il Maestro. Veniamo proiettati senza sentire nulla, eppure qualcosa in noi è stato mosso, stiamo attivando la nostra memoria, stiamo sentendo, ma ancora non siamo coscientemente in grado di distinguere.
Per questo ci viene insegnato che come minimo occorre esercizio per poter creare il terreno per depositare nuove memorie e riconoscerle, senza cadere nei nostri usuali punti di vista unilaterali, parziali, abitudinari.
Se alleniamo sempre la prima forza e senza cambiare obiettivo, non potremo che rimanere a quel livello.
Nella pratica occorre quindi esercitare la nostra intelligenza con curiosità e proattività, allenarla a riconoscere gli indottrinamenti, a scoprire quello che diamo per scontato, senza attenzione, a scoprire quelle cose di noi stessi che non riusciamo a controllare perché non ne siamo consapevoli.
Questo sviluppo dell’uso della nostra intelligenza e della pratica viene abilitato tramite gli insegnamenti orali. Come l’uovo di Colombo, non ci accorgiamo di tante cose se il Maestro non spiega…
Ad esempio, senza indicazione corretta, per preparare il terreno o realizzare una tecnica cominciamo a ripetere un particolare sabaki senza magari considerare quali siano le condizioni dell’epoca in cui era usato,
dell’ambiente, del tipo di armi e altro che hanno portato a quel movimento. Abbiamo visto ad esempio la differenza di tenkan verso shihosabaki. Oppure la tecnica di aiki-ho con il jo, la differenza tra “prendere” e “dare”… Occorre la spiegazione… Pure questo è allenamento… Com’è che ci si possiamo arrivare?
E’ necessario applicare il nostro sforzo di osservazione, praticare e non interferire con la memoria unilaterale… Cambiare canale…
Così possiamo comprendere bene la differenza tra autodifesa e do; questo è molto importante per la nostra pratica. Nella ripetizione di una tecnica è fondamentale affidarsi a quanto insegnato senza lasciar spazio a troppe fantasie; dobbiamo accettare che quanto facciamo lavori su di noi, dato che quanto ripetiamo diventerà una nostra memoria inconscia. Chiudere una tecnica con leggerezza e superficialità potrà portare a conseguenze indesiderate nella nostra vita quotidiana. Lo stesso vale se impediamo il fluire della tecnica al nostro compagno, creando memorie di disagio. In noi alberga ciò che ripetiamo; qui c’è una chiave dei nostri meccanismi comportamentali che solo adesso la scienza comincia a poter studiare.
Per questo prima di diventare attori, di interpretare la parte, occorre essere imitatori. Imitare non come scimmiottamento, ma, tagliando l’ego, sintonizzarsi direttamente con il modello. Ci vuole allenamento, e ci aiutiamo con le barzellette che ci aiutano a ridere di noi stessi, a prenderci meno sul serio, a utilizzare meglio la nostra mente lungo i canali non usuali, a rompere le barriere tra le persone.
Quanto abbiamo sorriso per i sabaki dal Maestro fatti durante la spiegazione di I KI SOKU TAI… Non era necessaria una forma esteriore che normalmente consideriamo marziale per annullare l’attacco. Eppure in quella situazione scherzosa e seria nello stesso tempo abbiamo approfondito i diversi livelli del nostro allenamento e ci possiamo interrogare sul significato di go no sen.
Come tutto il resto, il sorriso diventa esso stesso oggetto di osservazione, in quanto riflette cose diverse (come quando sorridiamo per l’errore altrui invece che per lo star bene assieme…); accorgerci di queste cose è un altro passo verso il vero autocontrollo, il significato di arte marziale.
In tutto questo insegnamento, nasce l’emozionante e razionale invito a “bruciare giovinezza”.
Questo è parte di quanto ho ricevuto e compreso durante lo stage di Penna e spero ognuno di noi partecipanti possa ritrovare parte dell’atmosfera e dei contenuti che il Maestro ci ha donato.
Grazie,
Umberto Simeoni
27.08.2014

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